Il Sud come laboratorio, non come problema
Non è militanza, è scommessa razionale. Il Mezzogiorno è uno spazio da organizzare.
Vivo a Molfetta. Potrei vivere a Milano, a Roma, probabilmente anche altrove. Ho scelto di restare, e lo dico senza retorica: non è stata una scelta sentimentale, è stata una scelta di lucidità. Il Sud è uno degli spazi più interessanti d'Europa in cui lavorare oggi, a patto di smettere di raccontarselo nei due modi in cui ce lo raccontiamo da cinquant'anni.
Il primo racconto è quello del Sud come problema. È la narrativa dominante: ritardo, divario, arretratezza, emergenza. Produce politiche emergenziali — fondi straordinari, commissariamenti, programmi speciali — che nel migliore dei casi tamponano e nel peggiore creano dipendenza. Il messaggio implicito è che il Sud non ce la fa da solo, e che la questione meridionale si risolve con i soldi del Nord o di Bruxelles. Questa narrativa è comoda per tutti: per chi al Nord vuole sentirsi virtuoso, per chi al Sud vuole continuare a lamentarsi senza cambiare, per la classe politica che distribuisce risorse senza dover rendere conto dei risultati.
Il secondo racconto è il suo specchio: il Sud come riserva identitaria. Bellezza, mare, cibo, calore umano, "qui si vive meglio". È un racconto altrettanto sterile, perché usa la qualità della vita come compensazione per l'assenza di opportunità, e finisce per giustificare l'arretratezza invece di combatterla. Il Sud non ha bisogno di essere difeso con la nostalgia: ha bisogno di essere preso sul serio come luogo di produzione economica, culturale, tecnologica.
La verità, che nessuno dei due racconti vuole vedere, è che il Mezzogiorno ha già alcune cose che al Nord mancano o costano caro. Università che, con tutti i loro limiti, sfornano laureati in informatica, ingegneria, scienze dei dati — spesso migliori dei coetanei del Nord, perché selezionati più duramente. Costo della vita che consente a una PMI di pagare stipendi competitivi sul lordo senza dissanguarsi. Qualità della vita che, in un mondo dove il lavoro è sempre più remoto o ibrido, è diventata un vantaggio competitivo reale nel trattenere e attrarre talento. Una diaspora — centinaia di migliaia di meridionali qualificati a Milano, Londra, Berlino, Amsterdam — che in molti casi vorrebbe tornare, se trovasse le condizioni. Una posizione geografica, al centro del Mediterraneo, che nei prossimi vent'anni sarà strategica per ragioni economiche, energetiche e geopolitiche.
Bari, Napoli e Palermo possono essere hub di innovazione credibili. Non per decreto, non con un convegno, non con l'ennesimo programma "Sud digitale". Possono esserlo se si smette di trattarle come periferie e si comincia a trattarle come quello che sono: città medie europee con un potenziale di attrazione simile a Porto, Valencia, Salonicco, Cracovia — città che vent'anni fa erano considerate marginali e oggi sono nodi riconosciuti della geografia tecnologica europea.
Il punto, e qui devo essere netto, non è chiedere più fondi. Il Sud ha ricevuto una quantità enorme di fondi negli ultimi trent'anni, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il problema non è la quantità, è la qualità: fondi a pioggia, distribuiti per logica politica, senza meccanismi di selezione reali, senza valutazione d'impatto, senza la capacità amministrativa di trasformare il denaro in infrastruttura. Servono meno fondi e migliori, legati a condizioni stringenti, concentrati su poche priorità abilitanti: connettività, pubblica amministrazione digitale che funziona davvero, centri di competenza specializzati, formazione tecnica di alto livello.
E serve, soprattutto, che il Sud smetta di aspettare. Le PMI meridionali che innovano — e ce ne sono molte più di quanto si racconti — lo fanno quasi sempre nonostante il contesto, non grazie al contesto. Questo è insostenibile nel lungo periodo, ma è anche la prova che la materia prima c'è. Il lavoro, quello vero, è costruire il contesto: e questo è un lavoro che si fa dal territorio, con chi il territorio lo conosce, non con piani calati dall'alto.
Io resto qui perché credo che questo lavoro sia possibile, e perché credo che farlo stando qui abbia un valore diverso dal farlo da fuori. Non è militanza, è scommessa razionale. Il Mezzogiorno è uno dei pochi spazi in Europa dove chi ha competenze, visione e pazienza può ancora costruire qualcosa di strutturale — non perché sia facile, ma perché è tutto ancora da fare. Nel Nord ormai saturo, questa possibilità non c'è più.
Chiamarla "questione meridionale" è già un errore: presuppone che sia un problema da risolvere. È, invece, un'opportunità da organizzare. E organizzarla è un lavoro politico, imprenditoriale e culturale che riguarda il Paese intero, non solo chi vive da Roma in giù.