EIS, RIS e l'innovazione che non si vede
Gli indicatori europei dicono che l'Italia innova poco e che il Sud innova ancora meno. La verità è più scomoda — e più utile.
Quando si parla di innovazione in Italia, prima o poi arrivano due acronimi: EIS (European Innovation Scoreboard) e RIS (Regional Innovation Scoreboard). Sono gli strumenti con cui la Commissione europea misura ogni anno la capacità innovativa degli stati membri e delle loro regioni, lungo decine di indicatori — investimenti in R&S, brevetti, capitale umano, collaborazioni pubblico-privato, occupazione in settori a media e alta tecnologia, impatti economici. Non sono pagelle morali: sono fotografie strutturali. E sono importanti perché orientano la narrazione, ma soprattutto la distribuzione dei fondi.
Il quadro che restituiscono è noto e poco lusinghiero. L'Italia, anno dopo anno, si colloca sotto la media europea: nella classificazione dell'EIS è un innovatore moderato, in compagnia di paesi come Spagna, Polonia, Portogallo, mentre il gruppo di testa è dominato dai paesi scandinavi, dai Paesi Bassi e dalla Germania. A livello regionale il RIS rincara la dose, e introduce un secondo divario: quello interno. Le regioni del Centro-Nord — Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte — si avvicinano agli standard dei forti innovatori europei. Le regioni del Sud restano nel gruppo dei moderati o emergenti. Non è una sorpresa per nessuno. Il problema è che ci si ferma qui: alla fotografia, alla classifica, allo "stiamo indietro".
La fotografia, però, va letta. Il primo livello di lettura è strutturale: l'Italia è un paese di PMI. Oltre il 95% delle imprese ha meno di 50 dipendenti, e questa quota cresce ulteriormente man mano che si scende verso Sud, dove il tessuto produttivo è fatto di micro e piccole imprese, spesso a conduzione familiare, radicate in distretti e filiere locali. Gli indicatori che compongono EIS e RIS — brevettazione, R&S formalizzata, collaborazioni internazionali strutturate, accesso a capitale di rischio — premiano comportamenti che le grandi imprese fanno per mestiere e che le PMI, semplicemente, non hanno la massa critica per fare. Le PMI italiane innovano eccome: ottimizzano processi, adattano prodotti, integrano tecnologie mature, formano persone sul lavoro. Ma è innovazione che non lascia la traccia documentale che gli indicatori cercano. Il risultato è che il paese, e in particolare le sue regioni meridionali, viene fotografato come meno innovativo di quanto effettivamente sia.
Detto questo, non si può rovesciare il discorso e farne un alibi. Gli indicatori, per quanto imperfetti, dicono qualcosa di vero. Il caso della Puglia è esemplare proprio perché complica entrambe le narrazioni semplificate. Da un lato la regione mostra, nel RIS, un livello di ricerca scientifica notevole: pubblicazioni, qualità dei dottorati, presenza di centri di ricerca pubblici e privati, capitale umano formato. Su queste dimensioni la Puglia regge il confronto con regioni del Nord e in alcuni casi le supera. Dall'altro lato gli indicatori complessivi la collocano nelle posizioni di rincalzo. Il motivo non è la materia prima — c'è — ma due cinghie di trasmissione che non funzionano: il partenariato pubblico-privato, cioè la capacità di trasferire la ricerca dalle università alle imprese sotto forma di prodotti, processi, brevetti, spin-off; e il mercato del lavoro, frammentato, con un grave mismatch tra domanda di competenze tecniche delle aziende e offerta formativa, e con livelli di occupazione qualificata troppo bassi per assorbire il talento che la stessa regione produce e poi vede emigrare.
Questa è la lettura che cambia il tipo di politica industriale che si dovrebbe fare. Se il problema della Puglia — e di buona parte del Sud — fosse l'assenza di ricerca, servirebbero altri laboratori, altri centri di eccellenza, altri bandi per progetti scientifici. Non è quello il problema. Il problema è che la ricerca resta nel laboratorio invece di diventare valore economico distribuito sul territorio. Servono dunque cose diverse: uffici di trasferimento tecnologico effettivamente operativi nelle università, dottorati industriali co-finanziati dalle imprese, voucher di ingaggio università-PMI semplici da usare, riforma dei contratti di lavoro per favorire la mobilità tra accademia e impresa, e — forse soprattutto — una politica del mercato del lavoro qualificato che renda conveniente alle imprese del territorio assumere ingegneri, fisici, biotecnologi che oggi vanno a Milano o all'estero.
C'è poi una questione di sguardo. Gli indicatori EIS e RIS non sono una sentenza, sono una diagnosi. Trattarli come una pagella che descrive una condanna serve solo a giustificare l'inerzia. Trattarli invece come una mappa di dove la cinghia di trasmissione si è rotta orienta interventi precisi: in quale regione, su quale dimensione, con quale tipo di leva. La Puglia non ha bisogno delle stesse politiche del Veneto, e nessuna delle due ha bisogno di quelle disegnate per la media europea. La granularità del RIS esiste proprio per permettere questo — il fatto che venga ignorata, e che si continui a parlare di "innovazione italiana" come se fosse un blocco unico, è una scelta, non un destino.
Il punto, in sintesi: l'Italia non innova poco perché non ha idee, e il Sud non innova poco perché manca di intelligenze. Innovano poco perché gli ingranaggi che traducono le idee in valore economico — partenariato pubblico-privato, mercato del lavoro qualificato, infrastrutture di trasferimento — sono deboli, e in alcune regioni quasi inesistenti. EIS e RIS lo dicono chiaramente, a chi è disposto a leggerli senza fermarsi al titolo.